Andare in coma. Cosa si prova al risveglio

Il mio risveglio dal coma

Questa storia ricca di spunti forse potra trarne benefici solo se sei fiducioso.Per donare agli altri qualcosa che possa essere d’aiuto.Ecco perché desidero raccontarti questa storia così potrai capire da dove arriva… tutto ciò che ho scritto in questo blog.Non so da quale luogo sono ritornato mi trovo in una situazione ambigua.Apro gli occhi dopo essere stato sommerso in un vuoto oscuro. A tratti realizzo di essere vivo. Grazie forse alla mia forza di volontà assoluta o la benedizione di qualcuno di entità non identificabile, al merito dei medici o del tempo giusto che percorreva il mio tempo… magari tutto era parallelo, chissà, intanto esco dal coma. Tra le tante dicerie che nel corso della mia vita ho sentito sull’ esperienza del coma, non ne ho vista ne sentita una uguale a un’altra.Non ho visto luci bianche, ne sentieri fioriti, nulla di tutto questo. Ho cominciato a vedere il mio corpo su un letto con tanta gente in bianco che vociferava in un silenzio assordante come una sorte di eco,quelle voci in lontananza creavano solo disturbo alla mia testa. Inerme li guardavo ma non capivo, non subito realizzavo che ero io nel letto e che mi stessero operando d’urgenza a causa di un incidente che non ricordo. Quando concretizzai che ero io, mi vidi come un altro, non sentivo di appartenere a quel corpo, sembravo estraneo vedendo come tagliavano e cucivano senza che io sentissi alcun dolore. Guardavo immobile come un apprendista guarda il lavoro che deve imparare. Quando metabolizzai un po’ meglio la situazione chiusi gli occhi cercando di respingere il pensiero di non essere io quella persona né tanto meno quello che stavo immaginando. Dopo una decina di minuti non vidi più nulla di ciò, ma vivevo, se così si può dire, in un limbo d’immagini ripetute e moltiplicate, nei labirinti della mia mente.La mia coscienza ne soffriva moltissimo, la sensazione era di essere solo e abbandonato e che le immagini retroattive dell’operazione mi rendevano inquieto, pensavo stessero sperimentando su di me per qualcosa.Ecco che tutto ha inizio con questo turbamento bruttissimo che dovetti vivere per un lungo periodo. Mentre mi ritrovavo in una sedia in ferro grigia, ghiacciata, con le mani legate da un nastro isolante  nero, ingabbiato in una sorta d’ascensore, di quelli vecchio stampo, in ferro, che puoi vedere mentre sale e scende per le scale, (spero avrai capito quale), un gentiluomo con camice verde, pochi capelli, faccia da musone che mi veniva a trovare ogni cinque minuti, nemmeno mi guardava, per lui ero come se non ci fossi, tutto questo mi portava più inquietudine perché era come non esistessi e mi facevo mille domande sul perché ero lì, perché non mi parlava e non mi guardava. Tutte le volte che veniva mi faceva soffrire maledettamente perché mi intubava la bocca con dei tubi che arrivavano fino allo stomaco e mentre li muoveva io che non potevo respirare già di mio per le costole rotte e il polmone perforato, mi autoconvinco sempre di più che sto diventando cavia per qualche ricerca.Così penso in qualche modo di scappare da questoinferno e cerco di togliermi il nastro isolante, ma puntualmente dopo aver slacciato il primo braccio arrivava lui e mi rimetteva a posto con molta indifferenza come se già sapesse di routine cosa fare, fino a che per la rabbia, scatenata dall’impotenza di essere legato e di subire ancora torture, non appena il soggetto va via calcolo i tempi e comincio subito a slacciarmi il primo e dopo il secondo braccio, riesco a scappare percorrendo una sorta di tunnel illuminato solo da una luce tenue che non mi permetteva di capire dov’ero, delle grosse tubature d’acciaio sulle pareti laterali che sembravano schiacciarmi durante la mia corsa verso l’uscita, mentre in lontananza sento una voce femminile dire: Se non si sveglia adesso dobbiamo staccare le macchine, come da protocollo. A quel punto ecco che apro gli occhi e mi ritrovo circondato da almeno otto persone con camici bianchi.Uno con i capelli brizzolati un po’ lunghi comincia a parlare dicendomi a raffica tutto ciò che mi stava succedendo: Sei stato per un periodo in coma, hainove costole rotte, un polmone perforato, ti abbiamo ricostruito il fegato e tolto la milza e ricucito le ferite sulla mano destra ma fortunatamente sei qui adesso.Io non capivo niente di quello che diceva ma pian piano guardandoli ad uno ad uno mi ricordai che ognuno di loro lo avevo già visto. Alquanto innervosito perché convinto che con loro avevo vissuto quell’essere assoggettato a mo’ di cavia per chissà quale nuova ricerca, nel frattempo mi accorgo che tra di loro c’è pure lui, l’omino che “mi torturava con i tubi”.Una   donna, sarà stata sulla trentina, mi chiede se mi ricordavo che anno era, io risposi 2014, mentre eravamo nel 2010….  Si guardarono in faccia e mi disse di riposare e che non era successo niente.Prendevo coscienza molto lentamente esplorando con gli occhi l’ambiente circostante. Capisco che il letto su cui sono disteso si trova nel reparto di terapia intensiva nel quale sono entrato per essere operato d’urgenza senza alcuna possibilità di sopravvivere. Quella sera, saranno state le 22:00, in ospedale ci fu un caos totale, si discuteva circa il mio incidente e sul da farsi, l’ospedale non era attrezzato bene, ne’ avevano mai avuto a che fare con un caso così grave. Mandano a ritirare dalla banca del sangue continuamente sacche piene, alla fine mi fanno otto trasfusioni, tra cui tre le ho rigettate. Mi chiedo nella confusione che ancora riporto se realmente sono vivo. Non so come ne’ quando mi sono ritrovato qui. Riesco a mala pena a battere le ciglia ed a muovere un po’ le gambe, sono attaccato al respiratore e pieno di   fili e tubi in tutto il corpo, cerco di ricostruire ciò che mi era capitato, cercando di non pensare a quello che mi aspettava ancora. Comincio a convivere con i bip delle macchine e con gli allarmi che suonano continuamente.Inizialmente pensi che sta succedendo qualcosa di grave, ma poi ti ci abitui perché viene sempre qualcuno a premere qualche bottone e tutto si sistema, diventa normale. Talvolta invece quando suona uno di questi dispositivi succede il panico, una confusione immediata d’azioni veloci, mani in movimento per staccare e riattaccare pulsanti vari, l’unica cosa è pensare che non venga dal tuo dispositivo che ormai fa parte di te e se lui fa i capricci ne paghi le conseguenze tu, allora viene spontaneo pensare che sia meglio quello del letto gemello che si trova accanto a te. Infatti quando vedi arrivare la squadra di sopravvivenza dirigersi verso l’altro letto sbuffi con un sospiro di sollievo pensando che anche questa volta non sia toccata a te.Altro fratello dell’‘infinita giornata si chiama orologio che in questo momento segna le 8:00 del mattino e pensi le cose che stanno facendo gli altri: chi come gli infermieri cambia turno, la tua ragazza che magari va a lavoro, la confusione per strada ai semafori, tutto regolare tranne che per te.Inizialmente non percepisci nemmeno se è giorno o notte, poi ti ci abitui, riesci a fare la differenza tramite l’intensità delle luci, il cambio dei medici e tante piccole cose che sembrerebbero assurde.Nel mio lato destro ho un finestrone dal quale quasi sempre non riesce ad entrare luce; nel lato sinistro i parenti possono vederti, poiché non possono entrare, solo una persona per quindici minuti a paziente in tutta la giornata anche se ti possono guardare a distanza con mascherina e tuta da alieni, come li vedevo io. Comincio a dire che dovevano chiamare mia mamma e così dalle 9:40 circa fino alle 18:00, orario d’entrata, attendevo la figura di mia mamma con angoscia, nel mentre trattenevo il pensiero occupato, anche se loro non mi hanno detto che sarebbe entrata in orario di visite, per cui ero ansioso che venisse da un momento all’altro. A ridosso dei piedi del letto avevo la macchina che aiutava il mio cuore a battere (perché mentre ero in sala operatoria, ricostruendomi il fegato, il cuore ha cessato di battere ed è stata necessaria la defibrillazione). Così giocavo con le reazioni delle macchine i cui valori variavano in base al mio stato d’animo, cioè mentre mi agitavo volontariamente i numeri salivano poi cercavo di calmarmi e loro scendevano. Questo era diventato il mio passatempo per alcune ore. Quando ad un certo punto stanco per l’attesa, mentre fratello orologio segnala le 18:00, i miei occhi cominciano a chiudersi. Appena li riaprì vidi una sorta di” puffetto” vestita di blu con una mascherina in bocca, si vedevano solo gli occhi che mi guardavano increduli nel vedere riaprire i miei, come se fosse un miracolo e mi dice piano piano: “Ciao amore di mamma!”. Non la riconobbi con   quel camice, ma in particolare era diventata troppo magra e avvizzita da come l’avevo lasciata, almeno al mio ricordoprimordiale.Così la saluto e dico che dobbiamo scappare perché stanno facendo degli esperimenti su di me e mentre cerco di scappare d’istinto non riesco ad alzarmi, né a muovere nulla del mio corpo, una sensazione stranissima, la mente è precisa nelle sue intenzioni, la forza c’è ma sei inerme al movimento del corpo, dico che deve portarmi le stampelle subito: “devo andarmene subito via da qui!!!!”. In qualche modo mentre lo dico il “saccottino bianco” dice a mia mamma di dovere uscire, già ha superato per due minuti “l’odore di suo figlio…” Così dopo aver atteso un’intera giornata mi ritrovai di nuovo solo in quella stanza che si era illuminata di lei perché adesso cominciavo sempre più a ricordare qualcosa e ricordai di Fiammetta cosa stava facendo se aveva saputo dell’accaduto, ancora io non ricordo cosa abbia provocato il mio essere qui. Con la coda dell’occhio sulla mia sinistra vedevo muoversi qualcosa e piano piano cercavo di girare la testa vedendo per prima la più grande delle mie figlie e subito dopo la piccola, anche qui non ero padrone del mio corpo ridevo ma non ridevo cioè ridevo dentro ma fuori ero immobile senza espressione questo mi faceva innervosire e cominciavano a suonare i miei amici monitor del cuore dell’ossigeno cosi che i dottori pensavano bene di chiudere le tende, per non farmi innervosire, deve riposare mentre io fremevo di vedere qualche faccia amica ma soprattutto i miei affetti. Ma loro non capivano niente. Mi ritrovo con gli infermieri che svolgono il compito da angeli custodi ad aguzzini sorveglianti. La sala intensiva non è composta solo dal primario che passa una volta al giorno o da infermieri che si alternano al turno successivo, è un via vai di fisioterapisti, consulenti specialisti, cardiologi, ginecologi, neurologi, ausiliari, studenti un piccolo paese dentro una stanza specie in orari mattutini, Specie dopo le notti insonne che fai quotidianamente, cercando di far volare il domani, ci sono loro che ti cominciano a mettere e togliere il catetere, ti fanno il clistere magari anzi ovviamente facendolo provare agli ausiliari mentre i dottori spiegano e i studenti guardano che tu pisci o cachi. Ottimo momento, per un inerme vedere il rispetto del tuo corpo della tua persona che viene alla merce di tutti, persone della tua età magari si mettono le mani al naso per la puzza e tu nudo davanti a dodici quattordici persone che parlano del tuo corpo come fosse una spiegazione dettagliata del capo di Dolce & Gabbana. Come ho fatto a finire qui dentro? Questa è la logorroica domanda che mi faccio ogni istante. Sono sempre manipolato da qualcuno che mi lava, mi inietta dei farmaci nei tubi dei macchinari. Sono riconoscente ai miei amici macchinari perché è a loro che devo riconoscenza visto che hanno deciso di tenermi in vita. Ancora dissociato come dicono i medici, si avvicina una infermiera che sembra una mia ex ragazza così mi rincuoro e cerco con lo sguardo di essere compiaciuto della sua presenza, mentre si trova più vicina mi accorgo di due cose una che non era la persona che pensavo e due mentre sta per arrivare con il sorriso a trentadue denti si blocca e incontrollabile il suo viso divenne di ghiaccio, al che’ io mi incuriosì. Mi dice: devo fare una radiografia al petto e alla schiena ma tu non devi fare nulla ti metteremo dei macchinari sotto il letto e sopra il tuo petto. Dopo aver fatto tutto arriva la capo sala che mi somministra dei liquidi sull’ago cannula, mentre lo fa, con tutto che non posso parlare perché intubato e con la maschera dell’ossigeno gli faccio capire che devo parlare con lei, mi toglie per un attimo la maschera dell’ossigeno e gli dico a modo mio con un linguaggio pascal, che avevo sete e le labbra erano secche, lei mi risponde che non poteva farmi bere ma io insistevo scuotendo un po’ la testa, strizzando gli occhi e battendo i piedi sul finale del letto fino a che gli faccio segnale di inumidire il cotone idrofilo e bagnarmi le labbra. Mentre mi passa il cotone sulle labbra, gli afferro il cotone con i denti risucchiando quanto più acqua possibile, sapendo che non sarebbe stato facile riaverne un altro po’. Lei mi disse sei imprevedibile con un sorrisino come per dire hai pure ragione ma io lo faccio per il tuo bene. Gli domandai prima che mi mettesse di nuovo la mascherina cosa avevo in viso facendola giurare. Fino ad all’ora non ci avevo pensato, ma è stata l’espressione dell’infermiera che mi fece la radiografia facendomi sorgere il dubbio, lei mi disse niente non hai niente, così mi tranquillizzai. La sera non dormi tutta la notte. Pensavo che fino ad un attimo prima trovarmi con il mio migliore amico che magari ti inasprivi per una discussione oggi banale ti lamentavi per qualcosa d’irrilevante ti preoccupavi perché la sera la tua ragazza non voleva uscire o altre cose del genere, non è che le seccature non ci sono più ma in più a queste vedi altro in che stato ti trovi. Pensi le gioie, gli errori, tutto sembra che non ti abbiano dato il tempo di risolvere tutto ma c’è un tempo buono per risolvere tutto? Non mi accorgevo di vivere prima forse perché disponevo di fidi illimitati invece con limpidezza capisci che il credito forse sta per finire. Quando ti guardi dentro vedi che non sapevi nulla perché guardiamo sempre fuori l’immagine più bella, dentro è quello che conta! Una ragazzina alle soglie dell’adolescenza che suo padre ancora non si sa potrebbe morire perché se il polmone non riesce a riprendersi non riuscirà a vivere. Ma lei Cercava con il suo sorriso di far finta di nulla. Fuori pensavo, chissà se riuscirò a rivedere fuori i colori le luci i schiamazzi dei bambini i claxon suonare. Che strano dire tutto questo sembra assurdo ma apprezzi anche quello che non sopportavi prima.voglio scappare da lì dentro il medico mi avrà capito e comincia a dire che non deve farci caso a quello che dico perché sono dissociato e che non poteva pretendere che stavo bene perché non avrebbe avuto senso che fossi in terapia intensiva. Questo mi fece arrabbiare in maniera assurda perché non era la prima volta che capitava, anche in un altro episodio tra tutti dottori cercavo di spostare il braccio e con versi di gola attiravo l’attenzione e loro guardandomi si riferivano che ero il solito dissociato e che non aveva importanza quello che cercavo di fargli capire. La distanza tra il mio letto e l’infermiera di turno una decina di metri, per cui non puoi chiamarla non ti sentirebbe. Secondo me una è poco per otto pazienti visto che ne necessitano almeno uno a paziente ma per i capitalisti non è previsto tanto spreco di risorse.Cerco di chiamarla perché avevo una sete da deserto, non potendo parlare viste le condizioni, cerco sempre di prestare attenzione con il battere dei piedi sulla barra del letto, così mi viene detto a distanza di almeno una decina di metri cosa avevo di bisogno, ma come avrei potuto rispondergli, mi veniva di dirgli brutta ignorante dissociata tu che dici di me come posso risponderti.Oggi un drenaggio uno di quei tubi che mettono dopo gli interventi chirurgici per vagliare la zona dopo essere stata richiusa ha pensato bene di buttare liquido invece di stare asciutto. E’ il momento della notte, aspetti il sonno che non arriva mai assalito da pensieri sulla tua vita sia quella prima che quel surrogato che hai adesso con tutte le paure. Ogni minuto che passa non passa mai.Voglio ancora correre, vedere le mie figlie crescere, rivivere emozioni. Nel frattempo la macchina della pressione mi stringe l’avambraccio comincia a sorgere il sole per quel poco di luce che riesco a vedere tra le righe della persiana le infermiere che svuotano i contenitori dei drenaggi, ti ripuliscono, controllano i respiratori e subito vanno via.Intanto ai parenti dicono che non è in grado di respirare, ha un arresto cardiaco ogni tre quattro giorni, c’è qualcuno che risponde dottore secondo lei va meglio? hanno cambiato le lenzuola. Non pensando che quella terribile convivenza con il dolore ormai viveva in me, cercando di non farci caso all’impotenza che detesto ad essere costretto. Ormai anche il più estraneo ti ammira. i medici danno una speranza di guarigione gli brillano gli occhi trasparendo l’amore che ancora incombe in lei verso me. Nel frattempo alla notizia si trova pure mia figlia che promette un futuro di splendore nella donna completa che diverrà. So che per lei sono la risorsa migliore in caso di difficoltà, percepisco nei suoi occhi ingenui tutto il suo amore nei miei confronti.Dopo qualche giorno ero sempre più nervoso ed irritato a tutto, proprio esausto di vedere muri bianchi e sul tetto una strana forma di pannello con un disegno che però mi faceva ispirare ad un ipotetica copertina di un libro che magari avrei scritto. In alcuni orari precisi del giorno e della notte udivo una voce di bambina che soffriva maledettamente, i versi che faceva erano uguali ai miei quando venivo intubato sulla sedia da quell’infermiere, una sofferenza che viene, dall’esofago come un graffiarsi l’anima. Questa richiamo di sofferenza lo percepivo come fosse intrappolata dai pannelli del tetto.Quando cominciai a dirlo al dottore brizzolato che solo di lui mi fidavo lo vidi parlare con un’infermiera, capì subito dal muoversi la testa rapidamente, che stava succedendo qualcosa. Dopo circa cinque minuti mi portano in ortopedia. Dopo avermi sistemato lì e chiamato mia mamma per darmi sostegno, li sento parlare davanti la porta dicendo che mi aveva fatto trasferire qui perché avevo bisogno di comunicare, non potevo stare ancora in terapia intensiva.Apprendendo la notizia che mia mamma aveva diffuso, soccorsero tutti in ospedale sapendo che adesso potevano parlarmi e starmi vicino. Gli amici ed i familiari che per tutto quel tempo in cui non hanno potuto vedermi, o solo dallo specchio, così mi ritrovo immerso dalla confusione che tutti volevano vedermi e parlarmi. Ma bombardato dalle mille domande di tutti, Tutti a giro nel mio letto, quasi mi sentivo onorato da tutte le ragazze che mi sedevano accanto.Qui c’è un silenzio tombale, credo siano scappati pure i dottori non si sente nulla.Grazie per il tempo dedicato alla lettura della mia esperienza spero possa esserti utili

Anche se tutto sembra ormai un copia incolla dei giorni, rimango a sognare.Creandomi alibi di vita di speranza che migliorino gli stati d’animo delle anime che inermi come me vagano per le strade o magari rinchiusi in casa a non cercare più stimoli. Non avendo più la forza di reagire alle avversità della vita o alle delusioni. Ma tutto ciò non porta a stare meglio ma solo ad isolarsi non ammettendo la fragilità o sensibilità.

Si vive per amare, inutile dire sempre che dopo una storia finita male non si vuole amare più, pura ipocrisia, bisogna solo acquisire esperienza sulla precedente storia non facendo pagare alla new antri il male del precedente. Non si dovrebbe essere più avidi nei sentimenti perchè abbiamo sbagliato o hanno sbagliato in precedenza sono del parere di essere sempre se stessi con la consapevolezza di sapere, questa si chiama maturità e non cercando di fuggire dicendo di non voler più amare per le troppe delusioni, a mio modesto parere è un certo scappare. Credo che oggi si è così avidi di sentimenti per questo.Mentre ascolto la mia musica mi vengono in mente ricordi , emozioni, storie vissute ormai appartenenti al passato ma che hanno attraversato il mio cammino, e noto che anche inconsapevolmente hanno lasciato una scia.    Rimango a pensare

Andare in coma. Cosa si prova al risveglioultima modifica: 2018-02-01T06:22:11+01:00da lucadp77
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